La Commissione Parlamentare sulle Banche, Capitolo II: Monte dei Paschi di Siena

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Dopo l’impegnativo esordio dedicato alle due popolari venete – di cui continuerà ad occuparsi nelle prossime settimane – la Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche si sta dedicando ora ad un altro dossier, se possibile ancora più scottante: il dissesto del Monte dei Paschi di Siena.

Lo storico istituto senese, dopo aver acquisito nel 2007 Banca Antonveneta – con un esborso rivelatosi poi marcatamente eccessivo e tale da mettere a rischio la solidità patrimoniale dell’acquirente – ha ricevuto diverse forme di supporto statale (tramite obbligazioni convertibili note come “Tremonti bond” e “Monti bond”) fino alla diretta ricapitalizzazione che la scorsa estate ne ha reso lo Stato azionista di larga maggioranza, con una partecipazione di oltre il 70% da ricollocare sul mercato non prima del 2021.

Sull’argomento sono stati sentiti innanzitutto i due pubblici ministeri di Milano, Giordano Baggio e Stefano Civardi, che hanno iniziato ad indagare sulla banca nel 2011, sulla base – hanno più volte sottolineato – di esposti anonimi e non di segnalazioni di vigilanza: sotto la lente di ingrandimento della magistratura, in particolare, le operazioni sui derivati Alexandria e Santorini stipulati nel 2008 rispettivamente con la banca di investimenti giapponese Nomura e con Deutsche Bank, finalizzati a coprire delle perdite pregresse ma dotati invece di profili di rischio elevatissimi e non compensati da rendimenti effettivi. Nondimeno, è opinione dei Pm che la crisi dell’istituto sia stata dovuta prettamente all’elevata quantità di crediti non-performing, tali a causa della congiuntura economica straordinariamente negativa ma anche di politiche di credito più legate a contiguità personali e politiche che alla effettiva solvibilità delle controparti.

Successivamente, la Commissione ha sentito il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via, il quale è stato oggetto di pesantissime critiche da parte dei parlamentari presenti: dall’approvazione dell’aumento di capitale da parte della Fondazione nel 2011, al voto contrario all’azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, all’inclusione della lista dei sindaci dell’imputato Paolo Salvadori, ciò che sostanzialmente si rimprovera al Ministero è il mancato esercizio dei dovuti controlli sulla Fondazione e la designazione di membri del board non estranei alle passate, poco limpide vicende dell’istituto.

Dal canto suo il direttore generale di Consob Angelo Apponi, convocato il 21 novembre, ha sottolineato la complessità delle verifiche sulle operazioni Alexandria e Santorini, aggravata peraltro dalla mancanza di collaborazione istituzionale da parte di BaFin, l’agenzia federale tedesca di vigilanza sul mercato finanziario, coinvolta in quanto Deutsche Bank è stata controparte di Monte dei Paschi di Siena in parte delle operazioni in derivati.

Nel frattempo, però, i mercati non si fermano e la banca toscana appare oggi impegnata su due fronti cruciali: i 26 miliardi di crediti non performing e la recente ripresa delle negoziazioni in borsa.
Il ritorno a Piazza Affari di Monte dei Paschi di Siena, in particolare, risale alla fine di ottobre, dopo dieci mesi di sospensione imposti da Consob a seguito del fallimento dell’aumento di capitale dello scorso dicembre: il via libera non impedisce comunque a Consob di sottolineare come permanga il rischio di “interventi straordinari”, non escluso il bail-in, nonché la persistente debolezza della governance. E’ naturale dunque che il valore delle “nuove” azioni si attesti a circa un terzo di quello a cui era avvenuta l’ultima negoziazione, comportando così una perdita potenziale per lo Stato di circa un miliardo di euro.

Agli azionisti e ai risparmiatori coinvolti, dunque, non resta che guardare agli sviluppi del mercato, in attesa dell’assemblea dei soci che il 18 dicembre eleggerà il nuovo Consiglio di amministrazione.

Di Lara Longinotti

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