Il Ritorno della Volatilità: Qualche Spiegazione sull’Ultimo “Lunedì Nero”

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Risale a lunedì 5 febbraio l’ultima sorpresa/non sorpresa dei mercati finanziari, il flash crash: sono bastate infatti due notizie (senza dubbio) positive, ovvero l’aumento dei salari negli Stati Uniti e in Germania (quest’ultimo, derivante dall’atteso rinnovo di importanti contratti collettivi), per far subito pensare ad un avvicinamento del momento, inevitabile, in cui le banche centrali modificheranno la loro politica monetaria – aumentando il costo del denaro. Più semplicemente, le aspettative di una crescita consistente ed imprevista dell’inflazione hanno indotto gli investitori – o meglio, gli algoritmi che agiscono in loro vece – a vendere grandi quantità di titoli.

Già negli ultimi giorni di gennaio la banca d’affari Goldman Sachs aveva rilevato, con un proprio indice interno, livelli elevati di “appetito per il rischio”: in tempi di rendimenti molto bassi, infatti, è normale che i mercati finanziari concentrino la loro attenzione sui prodotti meno sicuri e dunque meno liquidi, come le obbligazioni “Matusalemme” – tra cui si distinguono i titoli di Stato centenari recentemente emessi dall’Austria e dall’Argentina. Tutti titoli inevitabilmente molto sensibili al rialzo dei tassi di interesse e, più in generale, ad oscillazioni dei prezzi.

Parallelamente, negli ultimi mesi si erano registrati valori estremamente bassi dell’indice Vix, che misura la probabilità che i corsi azionari varino in maniera significativa nell’arco di 30 giorni: un indice questo ormai notissimo agli operatori del settore e molto diffuso come parametro di riferimento per il trading algoritmico.

In altri termini, quando l’algoritmo registra livelli bassi di “paura” sul mercato, disporrà l’acquisto di titoli sempre più rischiosi: dimenticando però che l’attuale contesto è fortemente influenzato dalla quantità straordinaria di liquidità con cui le banche centrali hanno alimentato i mercati, che però è destinata a ridursi e poi ad esaurirsi in un tempo ormai non troppo lontano.

E proprio questo timore di un ormai prossimo rialzo dei tassi ha determinato, il 5 febbraio, un aumento dell’indice Vix oltre la quota 30 (comunemente considerata come il “livello di guardia”), peraltro rientrato quasi del tutto nell’arco di poche ore: nel frattempo, però, erano scattate le vendite da parte di quei fondi di investimento che, automaticamente, iniziano a vendere quando si registra un aumento della volatilità. Volatilità che, curiosamente, non può che aumentare ulteriormente nel momento in cui gli stessi fondi vendono massicce quantità di titoli: in altri termini, quando una stessa variabile di riferimento determina le scelte di un grande numero di investitori, le previsioni formulate (e credute) su quella variabile non possono che avverarsi.

E sui mercati finanziari, come nella vita, un eccesso di ottimismo può condurre ad errori grossolani, soprattutto quando l’ottimismo dipende dalle decisioni di altri.

Ad esempio, i bassi rendimenti hanno incoraggiato moltissimo l’ingegneria finanziaria, che ha aumentato non solo la complessità dei prodotti ma anche le correlazioni tra asset class che, prima della crisi, si muovevano in direzioni tradizionalmente inverse. Prime fra tutte, le azioni e le obbligazioni (anche e soprattutto statali): a fronte di un cattivo andamento dei mercati azionari, aumentavano gli acquisti di debito.

Oggi, invece, si registra una crescita di entrambi i settori: e se questo determina un generalizzato aumento dei rendimenti nei periodi “buoni”, inevitabilmente il medesimo principio si applicherà, al contrario, durante le congiunture negative. Il che non solo rende estremamente difficile la diversificazione, ma rende più probabili fenomeni di contagio a livello globale.

In tutto ciò, gli analisti si sono affrettati a ripetere, e a ragione, che i fondamentali dell’economia reale rimangono positivi ed anzi mostrano inequivocabili segni di una crescita stabile (che, unita alla moderata inflazione, produce il positivo scenario noto come “Goldilocks economy”). Il che dimostra ancora una volta come un crollo del mercato finanziario possa nascere dal suo interno, anche quando i redditi e dunque (sperabilmente) i consumi aumentano, con effetti benefici per famiglie e imprese.

A fronte di ciò, gli stimoli delle banche centrali sono destinati a scomparire nella misura in cui l’inflazione avrà raggiunto il livello ritenuto “sano”, cioè vicino al 2%. Senonché, ciò che i mercati finanziari sembrano temere di più, lo si è visto con il flash crash, è proprio il ritorno alla normalità.

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