Golden Power e il Nodo Vivendi: è Tutto Oro ciò che Luccica?

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L’affaire Tim-Vivendi – e le schermaglie tra i Governi francese e italiano sull’acquisizione da parte di Fincantieri dei cantieri navali di Saint-Nazaire – hanno riportato agli onori della cronaca il tema del golden power, che indica le particolari prerogative degli Stati nazionali nella gestione di asset e di aziende ritenuti di importanza strategica.

Per quanto riguarda l’Italia, la normativa attualmente vigente risale al 2012, e sostituisce il precedente regime di “golden share”: in breve, le partecipazioni azionarie pubbliche ancora esistenti nelle società privatizzate erano munite di poteri speciali a fronte di operazioni di acquisizione di partecipazioni rilevanti, di nomine degli organi societari e di altre delibere di particolare importanza. Non solo, a seguito di riforme successive tali prerogative potevano essere previste direttamente negli statuti di società attive nei settori della difesa, dell’energia e dei pubblici servizi, a prescindere da un’effettiva partecipazione azionaria statale.

Va da sé che simili regole non consentivano di valutare ex ante le limitazioni delle attività e delle operazioni che avrebbero potuto interessare le società: tale incertezza ha indotto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ad applicare sanzioni nei confronti del nostro Paese, a fronte delle quali è stato introdotto, appunto, il cosiddetto “golden power”. Quest’ultimo trova applicazione con esclusivo riferimento ad operazioni che la stessa legge istitutiva definisce come “rilevanti”, ovvero ad “attivi strategici” – pur essi predeterminati dal legislatore – nell’ambito delle comunicazioni, dell’energia e dei servizi pubblici (quanto invece alla difesa e alla sicurezza, vige una disciplina ad hoc, maggiormente restrittiva). Sostanzialmente, un’azienda attiva in uno di questi settori che intenda, ad esempio, alienare la titolarità di una propria rete o che veda modificato il proprio assetto di controllo, dovrà notificare la decisione alla Presidenza del Consiglio “entro dieci giorni, o comunque prima che la medesima divenga effettiva”, affinchè ne verifichi la liceità con riferimento all’interesse pubblico di buon funzionamento (ad esempio) della rete di telecomunicazioni.

Se così non fosse, l’esecutivo può vietare l’operazione o assoggettarla a particolari condizioni: in caso di violazione, può essere disposta la sospensione dei diritti di voto, l’invalidità degli atti compiuti, l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative.
Ed è proprio questo lo scenario che si era prospettato nei primi mesi del 2017: ad aprile dello scorso anno, infatti, l’Antitrust ha stabilito – a seguito di un ricorso presentato da Mediaset, di cui Vivendi è secondo azionista dopo Fininvest, con il 29,9% – che il gruppo guidato da Vincent Bolloré non può continuare a detenere una partecipazione di tale entità, a fronte del suo essere azionista di riferimento (al 24%) di Telecom Italia. In altri termini, l’una o l’altra partecipazione dovranno essere cedute, in tutto o in parte, pena la violazione del Testo Unico sulle telecomunicazioni.

Al contrario, dopo che a maggio l’assemblea dei soci di Telecom per il rinnovo del Cda, ha visto prevalere seppur di poco la lista proposta da Vivendi, alla fine di luglio Tim S.p.A. ha emesso un comunicato stampa in cui dichiara espressamente l’inizio dell’attività di “direzione e coordinamento”.

Ed è proprio questa la “molla” che ha indotto il Ministero dello Sviluppo Economico ad attivarsi nei confronti di Palazzo Chigi, sollecitando una “pronta istruttoria” finalizzata a valutare l’applicazione del golden power. Tanto più che il piano presentato per ridurre i soli diritti di voto (al 10%), ma non la partecipazione in Mediaset, non è stato ritenuto idoneo dall’Autorità per la concorrenza – e il paventato scorporo, rispettivamente, del comparto Mediaset Premium e della rete telefonica, non sembrano realizzabili nel breve termine.

La decisione della Presidenza del Consiglio non ha tardato ad arrivare: alla metà di ottobre è stato emesso un decreto con cui si è imposto a Tim, Sparkle e Tesly (altre due società controllate da Telecom) di delegare le funzioni relative alla sicurezza nazionale ad un consigliere di amministrazione di cittadinanza italiana e ritenuto idoneo dal Governo. Si è parlato inoltre di piani di sviluppo, investimento e manutenzione sulle reti e sugli impianti, tali da garantirne il funzionamento, l’integrità e la continuità del servizio.

Per quanto riguarda invece le sanzioni pecuniarie, un emendamento al decreto fiscale approvato a dicembre consente l’abbassamento delle sanzioni amministrative (genericamente intese) anche sotto al minimo edittale nel caso in cui a parte interessata si adoperi per attenuare il danno: una norma che sembra scritta proprio con fini di distensione nei confronti di Vivendi.

Nuovi sviluppi di questa complessa vicenda sono attesi per la primavera, quando scadrà l’anno concesso da Agcom per la riduzione delle partecipazioni in Telecom e Mediaset: sarà dunque un governo appena insediato a decidere in che termini sostenere l’Autorità nella sua missione di tutela della concorrenza in un settore cruciale quale è quello delle telecomunicazioni.

Di Lara Longinotti

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