Kapu, la Startup che ha Portato la Blockchain nel Mondo dell’Archeologia

Abbiamo intervistato il CEO di Kapu per avere maggiori informazioni sul funzionamento di questa tecnologia e sulle caratteristiche del progetto

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Kapu è una startup italiana che ha portato la blockchain nel mondo dell’archeologia. Nata dall’intuito di Martino Merola, iOS developer e veterano del mining di criptovalute, Kapu è riuscita in pochissimo tempo a sviluppare un sistema di catalogazione dei reperti archeologici che ha attirato l’attenzione dell’UNESCO (che ha invitato l’intero team a presentare il progetto al quartier generale di Parigi, in occasione di uno degli eventi più importanti dell’anno). Per finanziare questo ambizioso progetto, è stato lanciato a settembre 2017 un TEC, a seguito del quale kapu – criptomoneta che porta il nome della società – è attualmente quotata sull’exchange livecoin.net.

Abbiamo intervistato Martino Merola, founder e CEO di Kapu, per avere maggiori informazioni sul funzionamento di questa blockchain applicata all’archeologia e sulle caratteristiche del progetto.

Com’è nata l’idea di Kapu?
La conservazione dei reperti archeologici è fondamentale per preservarne l’unicità, la rarità nonché il valore culturale. Purtroppo, tale conservazione è costantemente minacciata: smarrimenti, alterazioni e trascorrere del tempo possono minare l’integrità di un patrimonio di inestimabile valore.
Il progetto KAPU nasce con l’intento di rendere immutabili ed eterne le tracce materiali del nostro passato, fissando in modo indelebile la storia dell’uomo – attraverso la realizzazione della prima blockchain archeologica dei tempi moderni.

Perché “Kapu”?
Sono originario di una città campana, Capua, che oltre 2000 anni fa aveva già elaborato un sistema di blockchain: incredibile ma vero, a Capua era usanza servirsi di più copie dei registri della città – dislocati geograficamente su tutto il territorio – al fine di preservarne l’integrità delle informazioni. Ecco allora che Kapu, in continuità con la storia della città da cui prende il nome, intende servirsi della blockchain per conservare gli insegnamenti della storia e far sì che il presente venga ricordato dai nostri figli, in futuro.

In che modo i dati archeologici vengono catalogati?
Blockchain non è necessariamente sinonimo di criptovalute. Le monete virtuali, infatti, sono solo una delle possibili applicazioni. Proprio grazie all’assenza di una gestione centralizzata, la blockchain consente di inviare dati in modo sicuro – in assenza di intermediari. I dati relativi ai reperti antichi saranno gestiti attraverso un sistema condiviso, che permetterà agli interessati di condividere in modo sicuro e veloce informazioni inerenti i reperti in questione – rendendoli accessibili a tutti. Tale modalità di condivisione delle informazioni garantirà un concreto supporto ai professionisti che operano nel settore dell’archeologia e, contestualmente, ambisce ad essere un valido ausilio anche per Ministeri, Università, scuole e musei. Soprattutto, consentirà la creazione di un servizio ad hoc del quale beneficerà la cittadinanza – alla quale sarà offerto un servizio di consultazione dei reperti e delle informazioni ad essi attinenti con vari strumenti, quali accesso ed analisi con visori 3D, sfruttamento della realtà aumentata, accesso a file in formato .STL per la stampa in 3D ecc.

Avete creato anche una criptomoneta, allo scopo di finanziare il progetto
Sì, abbiamo creato kapu grazie anche al prezioso contributo di parte del team di ARK (una delle criptomonete più promettenti e con le migliori performance sul mercato, ndr) – di cui kapu è un fork (letteralmente, biforcazione: si ha quando da una criptomoneta si crea un’altra criptomoneta, che con la prima condivide le caratteristiche pur rimanendo distinta rispetto ad essa, ndr). Attualmente kapu è quotata su livecoin.net, dov’è possibile acquistarla, e stiamo lavorando per portarla anche su altri exchange.

Molti criticano le criptomonete per il grande dispendio di energia che ne deriva
Kapu ha posto rimedio a questo problema adottando il sistema DPoS (Delegated Proof of Stake), ereditato da ARK: questo sistema rappresenta un’evoluzione del PoS, anch’esso sviluppatosi al fine di ridimensionare i costi e l’inefficienza associata al consumo di elettricità tipica dei sistemi PoW (Proof of Work) – utilizzati ad esempio da Bitcoin.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Stiamo lavorando allo sviluppo del progetto, a 360 gradi. Stiamo ampliando il nostro team, abbiamo da poco rafforzato i dipartimenti legale, comunicazione e sviluppo. Partecipiamo al gruppo di lavoro voluto dal Comune di Napoli per la creazione di una blockchain da applicare alla PA, il che ci rende orgogliosi – soprattutto considerando che Napoli ospita il Museo Archeologico Nazionale e che magari, un giorno, lo stesso potrebbe accettare kapu quale metodo di pagamento. La nostra Investor Relations Manager ha un’agenda fittissima, con incontri che nei prossimi mesi la porteranno in Svizzera, UK, Francia, Malta.

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