Shadow Banking: Opportunità o Ritorno al Pre-Lehman Brothers?

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Continua l’attenzione delle autorità finanziarie verso lo shadow banking, il sistema bancario “ombra”.
Solo pochi mesi fa sono state pubblicate le analisi del Financial Stability Board per l’anno 2016, da cui è emerso ancora una volta l’abnorme peso sull’economia mondiale delle forme di finanziamento alternative al sistema bancario, a cui l’organismo internazionale, fautore tra l’altro anche dei parametri di Basilea, ha iniziato ad interessarsi già nel 2010.

Con riguardo allo shadow banking va detto che, stando alle più recenti rilevazioni, il totale delle attività ascrivibili a tale definizione si attesta intorno a 45 mila miliardi di dollari – in un contesto di aumento dell’incidenza degli asset finanziari (di qualsiasi tipologia, anche riconducibili alle banche centrali) fino al 540% del Pil mondiale. E, se sembra ridursi progressivamente il ricorso alle cartolarizzazioni, ben il 72% delle attività proviene dai fondi di investimento “money market” ed “hedge” operanti sul breve e brevissimo termine.

Si segnala anche l’espansione delle piattaforme Fintech che mettono in contatto, secondo varie modalità, gli utenti in surplus con quelli in deficit: i prestiti erogati possono essere più o meno collegati con il sistema bancario, ovvero ad operazioni di cartolarizzazione.

Il termine Shadow banking viene utilizzato per la prima volta durante il tradizionale meeting di Jackson Hole tenutosi (sic) nell’agosto-settembre del 2007, per definire quell’insieme di meccanismi e intermediari che, nel suo insieme, produce il medesimo effetto di trasformazione delle scadenze che è proprio delle banche, gli unici intermediari finanziari a cui è normativamente consentito l’esercizio congiunto della “raccolta del risparmio” e dell’”esercizio del credito”. Anche se, per gli ostacoli frapposti dalla normativa, la raccolta avviene in forme diverse dai “depositi con obbligo di rimborso” citati dal Testo Unico Bancario, il risultato non cambia: i fondi vengono reinvestiti nel mercato finanziario in maniera profittevole, anzi con coefficienti di leva finanziaria molto più elevati da quelli consentiti alle banche dai parametri di Basilea.

Il periodo pre-Lehman Brothers
Negli anni precedenti alla crisi, in un contesto di bassa volatilità dei mercati, molte banche iniziarono ad esternalizzare attività rischiose e fortemente caratterizzate dal ricorso alla leva finanziaria, spesso per il tramite di società-veicolo, in grado di emettere titoli a breve termine – Asset-Backe  Commercial Papers, Asset-Backed Securities, Collateralised Debt Obligations – a fronte di impieghi a medio e lungo termine ceduti dalle banche (generalmente i mutui immobiliari). E proprio per aumentare il numero di queste passività da includere nei titoli cartolarizzati, sono stati concessi mutui anche a soggetti da cui era poco probabile ottenere il rimborso, soprattutto a fronte delle elevate quotazioni degli immobili vigenti negli Stati Uniti sin dalla fine degli anni Novanta. Il resto è storia.

E nessuna delle economie europee è sfuggita alle conseguenze del crollo dei mutui subprime, nonostante la minore incidenza di simili dinamiche sul sistema bancario del Vecchio Continente: in particolare, per quanto riguarda l’Italia, gli intermediari non bancari sono soggetti da quasi trent’anni ad una specifica regolamentazione antiriciclaggio, mentre le cartolarizzazioni sono generalmente veicolate da strutture semplici, in quanto gli strumenti più complessi scontano un regime fiscale sfavorevole. A ciò si è aggiunta una forte sinergia tra gli enti e le finalità della vigilanza, che ha permesso elevati standard di sana e prudente gestione, trasparenza verso la clientela, stabilità del sistema nel suo insieme.

Lo shadow banking
Ciò non toglie però che allo shadow banking, e più in generale al market-based lending, non si applica (o perlomeno, non integralmente o al massimo livello) la regolamentazione prevista per le banche, e perciò neppure i relativi meccanismi di backstop, gestiti dalle Banche centrali e finalizzati a garantire in varie forme l’integrità e la restituzione in caso di crisi dei depositi e dei conti correnti.

Se è vero che si tratta di dinamiche non troppo diverse da quelle che hanno condotto al fallimento delle grandi banche di investimento negli Stati Uniti dopo il 2007, e dotate di un rischio di contagio parimenti dirompente, è altrettanto vero che anche un’eccessiva dipendenza delle imprese dal sistema bancario ha un effetto fortemente pro-ciclico, in quanto una restrizione del credito – dovuta, ad esempio, a riforme regolamentari e dei parametri di vigilanza – può facilmente dare luogo ad una recessione anche a fronte di un tessuto produttivo solido o comunque sostenibile secondo i comuni canoni dell’economia reale.

Ciò è particolarmente vero in Italia, dove il credito bancario rappresenta una percentuale del passivo di bilancio delle aziende molto più elevata che nel resto dell’Europa, mentre l’accesso al private equity ai mercati regolamentati è tuttora una strada obiettivamente poco percorribile per molte imprese piccole e piccolissime.

Di Lara Longinotti

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