Versace venduta a Michael Kors: Perché l’Italia non Replica il Modello LVMH?

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E’ notizia di pochi giorni fa, resa pubblica durante la settimana della moda milanese: la maison Versace è stata venduta per circa 2 miliardi di dollari all’americano Michael Kors.

Il gruppo Versace, di cui l’80% era detenuto da Santo, Donatella e la figlia di quest’ultima Allegra e il 20% dal fondo d’investimento Blackstone, è diventato americano. Durante gli ultimi anni, soprattutto dopo l’ingresso del fondo d’investimento avvenuto nel 2014, i soci avevano desiderato quotarsi in borsa, visti anche i risultati che la società stava ottenendo in termini di fatturato (il quale è aumentato di circa il 60% passando a 668 milioni di Euro). Tuttavia la mira borsistica è stata arrestata da una diminuzione notevole del margine operativo lordo, passato dal 10% nel 2013 a solamente l’1% negli ultimi trimestri.

il margine operativo viene definito in economia come l’indicatore di redditività che evidenzia il reddito di un’azienda basato solo sulla gestione operativa, senza considerare quindi gli interessi (gestione finanziaria), le imposte (gestione fiscale), il deprezzamento di beni e gli ammortamenti.

In ogni caso la società era perfettamente in salute – con un bilancio consolidato del 2017 chiusosi con 15 milioni di Euro di utile e un indebitamento finanziario netto di poco più di 10 milioni di Euro  – e, pertanto, si erano rincorse le voci relative ai potenziali acquirenti, passando da LVMH a Kering per poi finire a Tiffany, – anche se nessuno di questi grandi gruppi ha inteso pagare la cifra richiesta dalla famiglia.

L’unico gruppo che si è avvicinato alle richieste è stato quello di Michael Kors, il quale, dopo Jimmy Choo acquistato l’anno scorso per la somma di 1 miliardo di Euro, si aggiudica anche Versace in un’ottica espansionistica – determinato a diventare la controparte americana dei gruppi LVMH e Kering.

L’Italia si ritrova di fatto ad essere terra di conquista per i grandi gruppi del lusso internazionali, e le aziende che rappresentano l’eccellenza italiana vengono conteste tra americani e i francesi.

Ma perché nel Bel Paese non si è mai tentato di replicare il modello LVMH, utilizzando a nostro favore tutti i marchi di eccellenza situati nel territorio? In realtà in due occasioni si è cercato di creare un gruppo in stile Arnault (LVMH n.d.r), un primo tentativo è stato portato avanti da Mediobanca mediante la propria finanziaria HDP, ma si concluse in un nulla di fatto. Il secondo tentativo invece prevedeva la fusione di Gucci con, appunto, Versace, tuttavia la prematura morte del rampollo della famiglia, avvenuto a Miami nel 1997, non ha permesso la prosecuzione del progetto.

In ogni caso in Italia si sta cercando ancora di comprendere il motivo dell’assenza di una figura analoga a quella del francese sopra richiamato: alcuni intravedono una possibile risposta nel contesto italiano in cui vi sono numerosi conflitti di interesse, i quali non permettono la creazione di un substrato idoneo ad essere un mercato competitivo, altri ancora nella mancanza di un imprenditore internazionale italiano deciso a rimanere nel paese anche con le proprie attività (come i Della Valle per esempio, ma con più forza contrattuale). Qualunque sia la risposta, sta di fatto che il nostro Paese è ancora protagonista nel mondo della moda. Infatti, nonostante la proprietà dei grandi marchi sia americana o francese, la produzione viene mantenuta ancora in Italia (circa il 6% di quella francese avviene in Italia) e detiene il 21% delle quote di mercato nella manifattura di pelli e pelletteria.

Un’altra società italiana di prima fascia quindi passa in mani straniere: dopo Loro Piana, Valentino, Gucci anche Versace. Quale sarà la prossima?

Di Edoardo Leggio

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